Bad Side Of The Moon

all about Elton

venerdì, 09 settembre 2005
kataweb

di Paolo Gallori

Protagonista del terzo concerto gratuito ai piedi del Colosseo, Elton John offre alla folla che gremisce via dei Fori Imperiali due vibranti ore di spettacolo, spalleggiato da una band in perfetta sintonia con la sua idea di musica e forte di un canzoniere che in tema di pop rock vanta ben pochi rivali negli ultimi 40 anni. Tra questi di certo i Beatles, la cui musica risuona emblematicamente dai diffusori nel tempo che precede l'inizio dello show, quasi un tributo ai Fab Four in attesa del tributo a Captain Fantastic.

E torna alla mente Paul McCartney, che nel 2003 inaugurò la serie seguito lo scorso anno da Simon & Garfunkel. Il disegno degli organizzatori è ormai chiaro: al cospetto del Colosseo c'è posto soltanto per i grandissimi, artisti senza tempo, inattaccabili dalla volubilità dei gusti e delle mode. In giro non ne sono rimasti molti. Tra questi i Rolling Stones, con cui sono stati avviati i contatti per il concerto del 2006.

Ancora una volta Elton John porta in scena in chiave rock la favola del brutto anatroccolo che si fa cigno grazie alle sue canzoni. Elton John si porta al lungo pianoforte a coda con goffo incedere. E' piccolo e grassottello, infagottato in un vecchio frac con gigli bianchi ricamati sul petto, cravattone dorato, larghi pantaloni a strisce, scarpe bianche. Nuovi capelli rossi per dimenticare la calvizie, sul naso gli immancabili occhialetti viola. Quando poggia le mani sullo strumento le telecamere rimandano sui grandi schermi il dettaglio delle sue dita piccole e tozze. Ma quando le stesse dita iniziano a percuotere i tasti con sicurezza ed Elton John aggredisce il microfono con voce possente, quasi tenorile, ci vuole un attimo perché il miracolo si compia e diventi lettera morta ogni facile ironia sulla sua scarsa grazia, sui suoi eccessi, sulla sua omosessualità.

Pensieri certamente lontani dalle mente del pubblico, tinteggiato di chiazze rosse - i cappellini omaggio dello sponsor - che disegnano strane figure sulla marea umana. Secondo gli addetti alla sicurezza in via dei Fori Imperiali sono in 300mila, per l'enfatico sindaco Veltroni almeno in 500, forse 600mila. La consueta guerra delle cifre che accompagna gli eventi di massa non intacca la riuscita della serata.

L'inizio è frenetico. Elton John veste immediatamente i panni di Pinball Wizard, le vesti da "Mago Flipper" che gli Who gli cucirono addosso in Tommy. Lui percuote i tasti veloce e sicuro, poi si alza in piedi e nel vorticoso finale mima la chitarra lancinante di Davey Johnstone puntando poi il dito sulla folla. Scrosciano gli applausi, la partita è già vinta. Assieme al batterista Nigel Olsson, Johnstone è l'altro "amico ritrovato" di Elton John. Completano i quadri Guy Babylon alle tastiere, Bob Birch al basso e John Mahon alle percussioni. A Olsson e Johnstone Elton John dedicherà parole di grande affetto ben più convincenti dei forzati sorrisi che si scambiarono Simon & Garfunkel lo scorso anno.

Elton John affonda le mani nel libro dei ricordi. Il lento e crescente incedere di Benny And The Jets precede la dolente dolcezza di Daniel. Prima incursione nel presente è la romanticissima Turn The Lights Off When You Leave, dall'ultimo album Peachtree Road, sugli schermi le immagini del videoclip interpretato dalla bellissima Teri Hatcher, attrice della serie Desperate Housewives. Poi di nuovo lontano nel tempo: Elton John apre Take Me To The Pilot con una lunga introduzione al pianoforte, come un predicatore afroamericano, virando con la band verso un gospel ad altissimo potenziale.

Ed ecco giungere uno dei momenti più belli del concerto sulle note di Rocket Man. Elton John segue fino a un certo punto lo schema originario della canzone, poi scioglie le briglie alla band: ancorati al drumming potente di Olsson, si passa dal piano honky tonk di Elton John a Davey Johnstone che violenta la chitarra acustica, le percussioni di Mahon che avvolgono tutto e tutti in un'incandescente sequenza che vede infine Elton John percuotere la tastiera come Jerry Lee Lewis e innalzare al cielo un ultimo urlo blues: "I'm a rocket maaaan!". Il pubblico si spella le mani.

A questo punto il bandleader alza il piede dall'acceleratore e offre a tutti un attimo di respiro passando dalla melodia 60's di That's Why They Call It The Blues alla romanticissima Sacrifice, in cui Elton John veste i panni del crooner prima di "riportarsi a casa" Sorry Seems To Be The Hardest Word, sulle cui note duettò per i Blue. E' il momento di Candle In The Wind, l'unica variante rispetto alla scaletta del concerto di Bergamo, il vero regalo al pubblico di Roma. Elton John lascia a casa il ricordo di Lady Diana e recupera l'originale, omaggio alla umana vicenda di Norma Jean, che visse e morì come Marilyn Monroe.

La band esprime il meglio di sè nell'esplosiva dinamica e nei maestosi cambi di tempo di Funeral, memorie progressive legate in medley con il rock'n'roll di Love Lies. "Hi Guys", Elton John saluta l'ingresso in scena di un coro afroamericano di otto elementi, partecipe delle session dell'ultimo disco e oggi in tour con lui. Nuovi timbri arricchiscono l'elegante melodia di Are You Ready For Love, coreografie gospel iniettano energia agli accenni "disco" di Philadelphia. Il ritmo torna a levitare inesorabilmente con lo scatenato boogie They Call Her The Cat (da Peachtree Road, "una canzone sul cambio di sesso!") e con l'antico sapore da saloon dello stride piano in Sad Songs.

Appena il tempo di tirare il fiato con le ricche armonie vocali di Don't Let The Sun Go Down On Me e il docile pop rock anni Ottanta di I'm Still Standing che giunge un finale di set davvero elettrico. Durante l'esecuzione di Bitch il coro black guida le braccia del pubblico in una spettacolare coreografia, il vibrante R&B è tagliato in due dalle profonde distorsioni di Davey Johnston e al culmine dell'eccitazione Elton John mette un piede sullo sgabello e l'altro sul pianoforte abbracciando idealmente tutti i presenti. Una vera apoteosi, che prosegue sulle note vertiginose di Saturday Night Is Allright For Fighting, vecchio rock'n'roll che ancora oggi manda in ebollizione il piano di Elton John.

La band abbandona il palco e rientra poco dopo per concedere a tutti libero sfogo nel candore anni Sessanta di Crocodile Rock. Ad ogni ritornello Elton John chiama il break lasciando che sia il pubblico a intonare il celebre "laaaa-la la la la la...". La felicità popolare è palpabile, la festa dovrebbe continuare. Invece Elton John esce immediatamente di scena per farvi ritorno un'ultima volta. Ora indossa una strana tuta blu con fregi dorati e in quella bizzarra mìse si rivolge al pubblico. "Grazie Roma - dice la rockstar - sei la migliore. Con questa canzone voglio augurare alla vostra vita tutto l'amore e la felicità...".

La canzone a cui Elton John affida il suo augurio e il suo commiato è Your Song, che ripercorre dapprima in un magico piano solo, poi accompagnato dal suo gruppo. E dopo l'ultima nota resta soltanto il Colosseo, illuminato di rosa.

Postato da: madmanbb a 09:03 | link | commenti (1)


Commenti
#1    30 Ottobre 2005 - 18:28
 

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